domenica 28 febbraio 2016

Neid | Atomoxetine | Sliptrick Records | Cd.

I Neid hanno finalmente trovato la quadratura del cerchio con questo loro nuovo lavoro. Il loro grind core moderno ed idrofobo è assolutamente tra le migliori cose ascoltate in questo campo negli ultimi mesi. I progressi che sono stati in grado di compiere sono il frutto di tante ore di prove, dischi e soprattutto tour che li hanno visti protagonisti in tutto il mondo. Tecnicamente non sono secondi a nessuno: riff alla velocità della luce per spaccare tutto e tutti, il drumming di Capò che è assolutamente perfetto nella sua semplicità ed immediatezza, una voce rognosa e devastante ed un basso tellurico completano il quadro di un ritorno di grande spessore. Ci sono anche un paio di sorprese, ma lascio a voi scoprirle. Inossidabili.


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Altarage | Nihil | Sentient Ruins Laboratories | Tape.

Gli spagnoli Altarage sono davvero diabolici. Il loro death metal fumoso ed esasperato è davvero una bella botta da digerire. Suonato in maniera eccelsa, con una dose di brutalità senza pari, i nostri si candidano seriamente a divenire uno dei gruppi da tenere maggiormente d'occhio nel panorama estremo. I riff opprimenti, una voce gutturale e profonda ed una sezione ritmica schiacciasassi, compongono otto brani di pura violenza sonora. Uno suono nero come la morte e altrettanto distruttivo. Non sottovalutateli.

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lunedì 22 febbraio 2016

Anbruch | Sulle Isole Beate | Autoprodotto | Cd.

Cesco (batterista degli Zeit) mi manda questo piccola perla di blackened hardcore, e io non posso fare altro che ringraziarlo. Questi pezzi sono stati concepiti nel 2007 e registrate senza cambiare una virgola nel 2014. Troviamo oltre a Cesco, Gab alla chitarra e Seba (sempre degli Zeit) alla voce, più un altro ragazzo che risponde al nome di Cino, che suonava insieme a Cesco negli As The Sun. Il risultato è un hardcore caotico e tirato all'inverosimile, nero come la morte e oleoso come la pece. Distante anni luce da ciò che suonano gli Zeit. Qui è tutto ridotto ad un freddo minimalismo, in cui aleggia un senso di oppressione e sconforto, il tutto condito da testi a base di aforismi di Nietzsche. Cd limitato in 30 copie, spero vivamente in una bella stampa su vinile, perchè sarebbe un vero delitto.

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Frana/Opiliones | Munich Punk Shop/Framment Di Un Cuore Esploso | Antena Krzyku | 7".

I Frana, che si dividono tra Milano e Monaco di Baviera, suonano un emo dal chiaro retrogusto anni '90. Sofferenza e melodia si intrecciano formando una cascata di emozioni che confluisce in due pezzi davvero sentiti. Due pezzi molto ispirati, in cui il nostro quartetto dimostra di avere le idee molto chiare su ciò che vuole esprimere. Giriamo il lato e troviamo i tedeschi Opiliones. In questo caso ci troviamo su territori decisamente più screamish e caotici, ma anche qui non posso fare altro che rilevare una grande ispirazione e motivazione in ciò che suonano. Concludendo, due validi gruppi che meritano la vostra attenzione.




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domenica 21 febbraio 2016

Ubiquity | Quiet In Hopelessness | Dingleberry Records and Distribution/Sreamore Records | Tape/Cd/Digital.

Sembra proprio che l'emo-violence, tanto caro a gruppi come i mai dimenticati With Love, stia tornando in auge all'interno della piccola ma variopinta scena italiana. Gli Ubiquity suonano con tanta disperazione, ma anche con tanta energia. Sette pezzi veramente sentiti, fatti di una voce che urla fino allo spasimo, chitarre intrise di melodia ma anche di tanta cattiveria e una sezione ritmica che da il giusto tempo al chaos sonoro che questi ragazzi sanno sprigionare. Pur non essendo un grande adepto di questo tipo di hardcore, plaudo a questa loro uscita, decisamente da tenere in considerazione.




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martedì 16 febbraio 2016

A New Scar.

Foto: Backlit Works

A New Scar sono il nuovo progetto che vede coinvolti membri di Upset Noise e Impact, Yes We Kill!, Oath e Spavaldery. E' uscito qualche tempo fa uno split con i Warfare (e prima ancora una tape), che vi consiglio caldamente. Ho rivolto alcune domande a Stefano, il batterista.

A New Scar sono un progetto nato da te (Upset Noise), da Diego degli Yes, We Kill e da Dezo degli Oath/Spavaldery. Come mai avete deciso di dare vita a questo progetto? Vi riesce difficile provare visto che Diego vive a Ferrara e voi siete localizzati in Friuli Venezia Giulia?
Si, tornato dal tour in Usa nel 2014 con Eu's Arse, mia prima band in assoluto prima di entrare negli Uoset Noise, avevo voglia di fare una band prettamente hardcore. Quindi Dezo e don Diego erano le persone giuste e sopratutto d'accordo con me. Per provare ci si trova a metà strada, oppure noi andiamo a Ferrara, ma no non è un problema.

Quando penso ad un gruppo come il vostro, mi vengono in mente i gruppi italiani degli anni '80. Banalità direte voi, visto che tu e Diego venite direttamente da quella scena. Ciò però mi da lo spunto per chiedervi perchè avete deciso di dare alla band proprio questo suono? Te lo chiedo perchè alcuni membri di gruppi che si muovevan nell'Italia di quegli anni hanno poi mutato in maniera radicale il proprio sound rispetto a quello delle band d'origine... Sì, l'intento era di rimarcare il suono anni '80, quindi con le influenze di allora, è tutto voluto. Adoriamo questo tipo di suono.

Ho avuto modo di vedervi dal vivo a Ferrara con GBH e Upset Noise. Il luogo dove si è svolto il concerto è un un Circolo Arci. Non ti è sembrato strano suonare in un posto "legato" in un qualche modo all'ambiente della sinistra odierna (ma anche passata), quando invece un tempo magari ci avresti pensato due volte? Non è un'accusa, ci mancherebbe, vorrei solo capire come si è evoluto il tuo/vostro rapporto con la politica e sui posti ad esso legata.
Ma guarda, personalmente ho sempre suonato dappertutto, dai centri sociali ai club ai circoli Arci. Negli anni '80 proprio a Ferrara c'era il Krall?, che era aderente all'Arci, dove suonai con gli Upset Noise, ma dove suonarono anche Government Issue, MDC e altri. Erano spazi legati alla sinistra, che comunque ti davano l'opportunità di esibirti, quindinon è cambiato nulla.

Sempre in riferimento a quella serata, come ti è parsa? Ti sei divertito? Non è stato stancante suonare due set di fila sia con A New Scar sia con Upset Noise?
Grande serata! Ho fatto la doppietta, col batterista dei GBH che mi incitava a borbo palco... Mi tengo in esercizio.

Quella sera stessa ho acquistato lo split 7" tra voi e i Warfare. I pezzi presenti sul vostro lato sono veramente molto belli e sentiti. Ti va di parlacene un pò? E' stato complicato scriverli e registrarli, oppure tutto si è svolto in maniera naturale? Il lato dei Warfare ti piace? Con gli Upset Noise anni fa avete inciso uno split... Che ricordi ne hai?
I pezzi in totale sono sette tutti pubblicati su musicassetta e due di questi sullo split con Warfare, tra l'altro recensito molto bene sull'ultimo Maximum RockNRoll. Li abbiamo creati io e Dezo (abitiamo vicini), mandando poi le tracce e Diego che ci ha messo le parti di basso con i suoi arrangiamenti. Ci siamo trovati a Pordenone e in 5 ore abbiamo registrato! Abbiamo spettinato anche il fonico! Gli Warfare mi piacciono molto e li rispetto tantissimo, il cantante Richard é anche il cantante Eu's Arse, che conosco da 30 anni. Lo split con loro non lo registrai io, c'era ancora Fabrizio Fiegl (Rip). Entrai negli Upset Noise dopo "Disperazione Nevrotica". Fabrizio mi passò il testimone visto, che andò con i Negazione e gli Eu's Arse si sciolsero in quel perido.


Il 7" Split è il frutto della collaborazione tra tre etichette. Come siete entrate in contatto con esse? Come vi siete trovate con loro e in futuro contate di coinvolgerle ancora, oppure cercherete di farvi produrre da un'unica label?
Ma sì, grandi amici come Franco Bacchini e Marco Zas che si sbattono. ci hanno apprezzato e ci hanno dato un contributo, cosi come altri, grandi! Va bene che giri così, poi per i prossimi lavori vedremo.

Dal vivo fate una cover, "Fanghiglia Cristiana", mi sfugge però il nome del gruppo che la scrisse... Alla luce di ciò vorrei sapere la tua opinione sulla religione e sui recenti fatti di intolleranza ad essa legata, avvenuti soprattutto (per quanto mi è dato sapere, naturalmente) nel Nord Italia.
"Fanghiglia Cristina" è una cover della prima band di Diego, i Disarmo Totale. Sulla religione non mi pronuncio: diciamo che leggendo i testi dei A New Scar ti puoi fare già un idea di come la pensiamo.

Quali sono i progetti futuri per i New Scar? Vi muoverete sempre sulla falsariga dei pezzi scritti fino ad ora, oppure possiamo aspettarci delle evoluzioni?
La scelta di fare pezzi che suonino anni '80 è voluta, quindi penso che la matrice sarà questa. Maximum RockNRoll dice: "This shit is right on!".

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mercoledì 10 febbraio 2016

Crotes | Stab | Autoprodotto | Digital.

Quando io intendo "hardcore straight in your face" intendo ciò che suonano i Crotes da Padova. Senza fronzoli e con un gran tiro. Sì, perchè i nostri giovani padovani di tiro ne hanno, eccome. 4 pezzi suonati alla perfezione, con un suono cristallino, ricchi di stacchi e tempi veloci. Una voce aggressiva e sincopata, pensare che si sono formati nel dicembre del 2015 e hanno già sfornato un demo che a parer mio è una delle migliori uscite che abbia sentito ultimamente. Questo suono vi farà saltare da una parte all'altra della vostra cameretta, non ho dubbio alcuno. Davvero un gran gruppo, attendo le prossime mosse.

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God Harvest | Insulated | Autoprodotto | Lp/Tape.

Direttamente da Tampa Bay, Florida, giungono questi God Harvest ed immediatamente faccio un balzo indietro di almeno 20 anni, all'epoca d'oro del grind power violence suonato con tanta foga e ferocia. Sì perchè ascoltandoli mi vengono in mente tutti quei gruppi che gravitavano attorno a Bovine, Ebullition e Slap-A-Ham Records. La velocità deflagrante del grind unita agli stacchi mortali del power violence, in un chaos mastodontico. Voce urlata e sofferente, chitarre macina riff semplici ma dall'impatto granitico ed una sezione ritmica precisa e che colpisce duro. Sono davvero un ottimo gruppo, e spero vivamente un giorno di potermeli gustare dal vivo.

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domenica 7 febbraio 2016

Seventh.


Seventh sono un gruppo decisamente interessante. Il loro post metal tinto di sperimentazione mi ha ammaliato da subito, anche perchè attualmente in Italia non ci sono molti gruppi che suonano come loro. Ho rivolto un pò di domande ai due fondatori, Max e Tum.

Vorrei partire parlando un po' dei due video che avete realizzato recentemente. Entrambi mi hanno parecchio incuriosito. Il primo è quasi un fermo immagine, il secondo è un vero e proprio mini film. Come siete arrivati alla loro realizzazione? A chi vi siete affidati per crearli? Ne siete soddisfatti?
Max. Per entrambi i video ci siamo affidati ad Alessandro Cavestro, un nostro carissimo amico veramente talentuoso. Per il primo, "The Exile", abbiamo deciso di usare riprese molto statiche e d’ambiente, che riprendessero i paesaggi della zona in cui io e Tum viviamo. Dalle nostri parti non c’è veramente niente, solo campi semi-deserti, fiumi, bar, e nebbia per buona parte dell’anno. Malgrado queste "avversità", siamo molto legati al nostro territorio e indubbiamente ci ha enormemente influenzato durante la stesura di "The Herald", e per questo abbiamo voluto impostare così il nostro primo singolo. Per quanto riguarda il secondo video, "The Apostate", abbiamo creato insieme ad Alessandro tutto il concept, cercato le location e poi sviluppato lo storyboard. Volevamo un video che si discostasse dai soliti cliché del genere, dove la musica facesse da vera e propria colonna sonora alle varie scene, senza usare i classici e ormai noiosi playback. Posso dire che ci riteniamo enormemente soddisfatti; Alessandro ha fatto un lavoro eccellente e siamo felicissimi d’aver collaborato con lui.

I Seventh sono partiti come un progetto a due mentre ora vi siete allargati a 5 elementi. Cesco, batterista degli Zeit, ha suonato sul vostro debutto “The Herald”. Come mai non avete proseguito come duo, magari accompagnandovi dal vivo con lui stesso oppure con un session man?
Tum. I Seventh sono stati "costretti" a lavorare in due: quando abbiamo iniziato ad abbozzare i primi pezzi di "The Herald" lo abbiamo fatto solo io e Max perché all’epoca non trovavamo altre persone che potessero dedicarsi al progetto in modo serio e costante. Avevo qualche riff e qualche struttura base di alcuni dei pezzi che poi sono finiti sul disco, e parlando con Max abbiamo deciso di proseguire con la stesura dei brani e di entrare in studio per registrarli. Con gli anni per fortuna abbiamo conosciuto davvero tante persone, buoni amici e validissimi musicisti, quindi abbiamo pensato che sarebbe stato molto più immediato evitare "provini" e annunciare che cercavamo membri solo una volta concluso il disco, in modo da far capire esattamente le nostre intenzioni e la nostra proposta a livello musicale. Cesco, come è già noto, ha dato un apporto fondamentale ai pezzi e per questo non finiremo mai di ringraziarlo; sapevamo fin da subito che non avrebbe potuto restare come membro fisso visti i suoi impegni con gli Zeit, quindi avevamo messo in conto di dover trovare una formazione completa per poter eseguire i brani dal vivo.

Ora che la band si è allargata a cinque, credete che in futuro ci saranno delle evoluzioni nel suono del gruppo?
Max. Certo, abbiamo tutti influenze e ascolti differenti e questo porterà ovviamente ad un evoluzione del nostro sound. Sicuramente, però, lo spirito Seventh non verrà intaccato.

Di recente avete tenuto i vostri primi due concerti. Come sono andati? I nuovi membri si sono amalgamati bene con voi due “fondatori” oppure credete che ci siano ampi margini di miglioramento?
Max. Siamo molto soddisfatti dei nostri primi due live, abbiamo avuto l’occasione di condividere il palco con due band che stimiamo moltissimo (e consigliamo) come Zeit e Organ, e di suonare in due situazioni diverse che ci hanno permesso di comprendere le nostre potenzialità come band e quello su cui dobbiamo lavorare. Con i nuovi membri abbiamo un ottimo rapporto, anzi prova dopo prova vedo accrescere sempre più affiatamento sia a livello musicale che umano.

Dal vivo avete deciso di modificare in alcune parti i pezzi per renderli maggiormente adatti all'esperienza live, oppure li eseguite uguali identici al cd? Ve lo chiedo perché mi è capitato spesso di ascoltare gruppi come il vostro che per essere maggiormente impattanti on stage, fanno delle piccole modifiche alla struttura dei pezzi...
Max. In generale abbiamo cercato di mantenere l’esperienza live il più simile al disco, inserendo, pure, i vari intermezzi presenti nel disco. Ovviamente, alcune parti son state riarrangiate e adattate per farle rendere al meglio ma, in generale, la struttura dei pezzi è rimasta quasi del tutto inalterata.

I Seventh dal vivo sono diversi dai Seventh su cd? Mi spiego meglio: credete che le canzoni dal vivo suonino diverse rispetto a quelle registrate?
Max. Come ho detto precedentemente, cerchiamo di suonare il più possibile simili rispetto al disco. Abbiamo lavorato molto sulle atmosfere di "The Herald", quindi sarebbe uno spreco non riproporle live il più fedelmente possibile. Poi sicuramente dipende anche dalla location in cui ci si trova a suonare: in una "situazione hardcore" magari lasciamo stare l’uso dei sample e si spinge con una scaletta più serrata, mentre in locali con buoni impianti si può puntare di più sulle atmosfere. Dopo questi primi due live abbiamo capito che fortunatamente possiamo adattarci un po’ ad ogni situazione.

Quando “The Herald” è stato composto, eravate un duo. Ora che avete tre nuovi membri, i pezzi potrebbero subire delle leggere modifiche, magari proposte anche dai nuovi membri?
Max. No, tranne magari qualche passaggio di batteria adattato allo stile di Marco (il nuovo batterista) e altre riarrangiamenti qua e là le canzoni son rimaste praticamente identiche alle originali.


Il vostro primo lavoro è una sorta di concept album su di un uomo, che (correggetemi se sbaglio) è poi colui che da il titolo al vostro lavoro, il quale prende coscienza di se attraverso il raggiungimento del proprio “Io”. Da cosa è partita l'idea di creare questa sorta di “cammino”, che poi si sviluppa nelle sette tracce contenute nel cd e nella tape?
Max. Esatto, "The Herald" lo si può definire come un vero e proprio percorso. Quando io e Tum ci siam trovati a progettare l’album, siamo stati d’accordo fin da subito nel voler fare un concept album. Abbiamo più o meno lo stesso background a livello letterario quindi abbiamo iniziato ad attingere spunti e idee dalle nostre opere e autori/filosofi preferiti: Eliot, Milton, Melville, Nietzsche, Stirner, ecc. Inoltre essendo appassionato di storia antica, mitologia babilonese, storiabiblica, ed esoterismo, ho pensato di arricchire il tutto con questo tipo di influenze. L’idea di questo cammino ci è venuta appunto da tutto questo background e da una serie di circostanze e situazioni che ci sono capitate. Non è stato un "parlarne perché fa figo farlo" ma perché era una cosa che ci sentivamo di esprimere.
Tum. Ci sembrava che proporre un disco che avesse un concept alla base conferisse al tutto molta più coerenza, oltre ad essere una forma di espressione che personalmente apprezzo molto. Abbiamo lavorato molto anche sulla stesura dei testi, cercando di renderli quanto più evocativi possibile. Sia io che Max abbiamo sempre avuto un occhio di riguardo all’importanza dei testi nell’economia di un disco, e presentare dei testi poveri di contenuto coerente è stata un’opzione che abbiamo scartato fin da subito.

Una delle possibili traduzioni di “Herald è “Nunzio”. Solitamente è colui che porta delle novelle... In questo caso lo possiamo interpretare come colui che porta con sé la novità del cambiamento, spiegandoci (attraverso i sette passi) come raggiungere la presa di coscienza finale che ci permetterà di vedere il mondo che ci circonda con occhi nuovi?
Max. Sì, io vedo "The Herald" come una vera e propria ribellione verso dogmi, valori morali e religiosi. Il nostro personaggio durante i sette atti, cammina, cade, scala, si arrampica, si ribella a regole e preconcetti, insomma non è mai statico, è sempre in movimento e guidato dalla sua volontà di liberarsi da questa sorta di catene. E’ una allegoria dei giorni nostri: siamo letteralmente oppressi da dogmi, doveri morali e religiosi di stampo medievale; siamo nel 2016 ed esistono ancora fanatici religiosi, creazionisti, guerre sante, paura dell’ignoto e ignoranza sempre più dilaganti, e tutto questo ci sta portando ad un nuovo vero e proprio medioevo. Ecco cosa rappresenta "The Herald": la volontà di dire no a tutto questo, la volontà di ribellarsi all’ignoranza. Questo personaggio puoi vederlo come un moderno Lucifero o Prometeo, quindi un portatore di luce, ovvero conoscenza.
Tum. Con "The Herald" non volevamo avanzare pretese di un metodo universale per l’autorealizzazione o per la giusta strada da percorrere. Abbiamo idealizzato questo personaggio per comunicare un messaggio semplice ma che secondo il mio punto di vista viene talmente dato per scontato che si sta via via perdendo di vista, ovvero quello della possibilità di compiere scelte da soli, guidati solo dalla propria coscienza ed escludendo la mediazione di religione o regole imposte, che spesso stridono e sono incoerenti anche nella loro struttura interna. Il concetto alla base è una rivisitazione della questione del libero arbitrio, ma spogliato della sua controparte che lo fa derivare dal divino: in sostanza, credo (crediamo) che la facoltà di compiere delle scelte che condizionano la vita e il futuro di ognuno di noi sia insita, e talvolta sopita, nella nostra natura e non è da attribuire ad una concessione da parte di un’entità trascendente. Dio, o qualsivoglia essere superiore non è nient’altro che una pura invenzione e debolezza degli uomini, un’autolimitazione insensata che limita lo sviluppo della propria coscienza. "The Herald", il protagonista del nostro concept, si eleva fino a diventare una sorta di Dio lui stesso, a simboleggiare che ognuno, da solo, se fortemente determinato e libero da vincoli religiosi o morali, può realizzarsi appieno.

Il raggiungimento di una piena coscienza di se stessi porta indubbiamente a nuove scoperte, all'abbandono di ciò che fino al giorno prima si dava per certo e a notevoli sacrifici. Voi, personalmente, siete ancora alla ricerca del vostro Io oppure credete di averlo trovato? Questa ricerca ha effettivamente una fine, oppure quando si raggiunge il traguardo, bisogna non adagiarsi sul risultato raggiunto?
Tum. Credo che la ricerca dell’Io sia una delle costanti nella vita di ognuno di noi, e credo che nella maggior parte delle volte sia una ricerca infinita e vana. Non credo sia possibile smettere di cercarsi data la nostra inclinazione a cambiare, trasformarci, evolverci: il concetto dell’Io è qualcosa di estremamente fragile e soggetto al cambiamento. Per come la vedo io è difficile fermarsi e dire di aver compreso perfettamente quello che siamo e mettere la parola "fine" alla ricerca interiore. Ovviamente una volta raggiunto il traguardo prefissato è necessario guardare ancora oltre e cercare di progredire sempre verso nuove direzioni.

La copertina di “The Herald” mi ha affascinato da subito. Sembra essere una clessidra che misura l'inarrestabile scorrere del tempo. Almeno io l'ho interpretata così. Voi invece che significato le attribuite? Può essere intesa come uno sprone al fatto che tutti dovremmo cercare e trovare il nostro “Io” per poter vivere con maggior intensità e coscienza la nostra esistenza, finchè siamo ancora in tempo?
Max. La copertina rappresenta sì una clessidra e quindi l’inesorabile scorrere del tempo ma, allo stesso tempo, al centro puoi trovare la Stella del Mattino, l’annunciatrice della rinascita perpetua del giorno e quindi il simbolo dell’eterno ritorno; la si può vedere come la guida e l’Io stesso del protagonista del nostro concept. Quindi sì, rispondendo alla tua domanda, noi la vediamo così: l’esistenza può migliorare solo se prima di tutto si migliora se stessi; appoggiarsi a terzi è totalmente inutile e ci ritrova a percorrere il solito circolo vizioso.


Aprendo il booklet, sono rimasto molto colpito dal lavoro grafico che avete fatto, molto semplice ma di grande effetto. Da dove avete tratto le immagini che accompagnano ogni singolo brano che compone questo lavoro? E'stato complicato tradurre visivamente ciò che suonate, oppure è stato tutto molto naturale ed una logica conseguenza?
Max. Volevamo valorizzare ogni singolo testo, quindi abbiamo deciso di far disegnare sette illustrazioni, più una che rappresentasse il disco stesso, in stile tarocco ad Alessandro Fogo (Le Mort Joyeux). All’inizio non è stato facile riuscire a comunicare a livello visivo le varie situazioni delle sette canzoni ma, a mio avviso, Alessandro è riuscito nell’intento alla grande. Tutta l’estetica creata attorno a "The Herald" è stata fatta con lo scopo principale di far immergere ulteriormente l’ascoltatore nelle atmosfere del disco. La copertina è priva del nostro nome e del titolo del disco proprio per una scelta personale: nessuna distrazione puramente commerciale, solo puro, semplice e coerente contenuto.

Il suono dei Seventh è molto cupo, oscuro ma allo stesso tempo ammaliante. In esso c'è molta durezza, ma anche molta dolcezza. In particolare l'uso delle voci è esemplare. Siete d'accordo?
Max. Grazie per il complimento. Sì, abbiamo cercato di rendere le canzoni più dinamiche possibili, non come dimostrazione tecnica/compositiva, ma per la volontà di riuscire a creare delle immagini e degli stati d’animo mutevoli nelle menti degli ascoltatori. Per lo meno, questo era l’obbiettivo di base; speriamo d’esserci riusciti.

Che tipo di influenze ha un gruppo come i Seventh per ciò che riguarda la musica, l'arte e la letteratura?
Max. Musicalmente parlando sono di mentalità molto aperta. Ascolto veramente di tutto se di base c’è della qualità. Comunque i miei generi di base sono sicuramente la corrente sludge/ post-metal/avantgarde, il punk hardcore vecchia scuola (soprattutto italiano), e il black metal vecchia scuola. Nell’ultimo anno mi sono preso bene con il dark folk e tutta la musica tradizionale orientale, soprattutto quella mongola. A livello artistico adoro le miniature medievali e tutto il lavoro di incisioni di artisti come Dürer e Doré, e comunque anche l’arte tribale e quella antica: pittura rupestre, maschere, scrittura pittografica, e via dicendo.
Tum. a livello di ascolti anche io ascolto una grande varietà di generi, e la mia lista di gruppi preferiti potrebbe essere potenzialmente infinita. Sono un grande fan del filone dei romanzi gotici/horror, da Stoker a Allan Poe, a Chambers e Lovecraft. A livello artistico anche a me piace tutto quello che riguarda l’arte tribale e folkloristica.

Provenite dall'area veneta che gravita attorno al VeneziaHc. Quello che è stato creatodalle vostre parti mi ha lasciato (e continua) a lasciarmi a bocca aperta. Erano anni che in Italia non si vedeva una scena così compatta e soprattutto una serie di gruppi di livello qualitativo così alto. Secondo voi, da cosa è dato tutto ciò?
Max. Sicuramente dall’alto grado di sbattimento di Samall e degli altri ragazzi del collettivo; sono sempre carichi e non si fermano davanti a niente, anzi c’è una costante volontà di crescita. Poi, sicuramente, la qualità dei gruppi: Slander, Danny Trejo, Discomfort, Hobos, Oltrezona, ecc sono tutte band veramente potenti sia a livello musicale che scenico; il perché siano nate tutte praticamente nella stessa zona e negli stessi anni non so dirtelo, ma lo vedo un po’ come quei rari casi già storicamente accaduti: vedi la scena torinese e bolognese degli anni ’80.

Quali progetti avete in futuro?
Tum. Di sicuro vogliamo portare "The Herald" dal vivo il più possibile, fuori dal Veneto e se si presenta l’occasione anche fuori dai confini italiani. Per quanto riguarda la composizione di nuovi pezzi possiamo dire che non è così distante quanto qualcuno potrebbe pensare, sarà un’esperienza nuova a livello di composizione ora che la band è al completo e non vediamo davvero l’ora di rimetterci sotto in sala prove e lavorarci.

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giovedì 4 febbraio 2016

LOIA | Nodo alla Gola | Dio Drone, Toten Schwan, Death Crush, Impeto Records, Csa Next Emerson | Lp.

I Loia, terzetto dalla Toscana, sono davvero una piacevole quanto lurida sorpresa. Il loro blackened hardcore rappresenta ciò che l'odierna società contemporanea è: un immenso immondezzaio, dove l'umanità si muove come vermi che brulicano nello schifo più assoluto. Non c'è alcun tipo di speranza ne di luce in ciò che i Loia suonano. C'è solo l'ineluttabilità di una fine imminente, di un'apocalisse che ci inghiottirà tutti, buoni e cattivi, ricchi e poveri, senza distinzione alcuna. Questi pezzi sono autentiche granata di odio e male nella sua forma più pura. Suonano veloci i Loia, con dei bei riff metallizzati ma allo stesso tempo brutalizzati dal punk hardcore. Suonano veri e genuini, incuranti delle mode e dei trend del momento. Suonano do it yourself, facendosi produrre da una manciata di etichette. Suonano come devono suonare: hardcore.

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XmisseryX | Tape | Autoprodotto.

XmisseryX sono passati poco tempo fa su queste pagine, regalandomi del sano hardcore randellone e sguaiato. Ora esce questa demo tape completa e non posso fare altro che confermare le mie buone impressioni iniziali. Suono marcio e assolutamente lo fi, nessuna concessione alla tecnica di esecuzione, solo una gran voglia di sfasciare tutto e di comunicare con urgenza. Voce urlata ma anche gutturale, riff marci e semplicissimi e una sezione ritmica molto caotica. Decisamente non è un gruppo per palati fini, ma si lasciano apprezzare. 100% Do It Yourself.

XmisseryX | YouTube

martedì 2 febbraio 2016

Zeit.

Foto: Petr Řeháček.

Attualmente gli Zeit sono tra i miei gruppi preferiti in assoluto, soprattutto dal vivo, dove cerco sempre di andare a vederli. Il loro post hardcore dissonante è un qualcosa di difficilmente descrivibile, visto che pure questa definizione non rende affatto giustizia a ciò che il gruppo riesce a sprigionare. Aggiungete pure il fatto che Cesco (colui che ha risposto alle mie domande), è attualmente tra i miei batteristi preferiti, il gioco è fatto.

Il vostro nuovo album "The World Is Nothing" lo considero tra le migliori uscite dell'anno appena trascorso. Ne sei soddisfatto? Cosa ti ha appassionato di più nel crearlo? È stato un processo lungo e complicato, oppure è stato tutto svolto in maniera naturale?
Ciao Paso! Intanto grazie. Posso dire di esserne abbastanza soddisfatto. Ammetto che appena l’abbiamo completato e registrato ero più contento. Ora, con il passare del tempo, la soddisfazione è venuta un po’ meno, ma credo sia qualcosa di fisiologico per chi fa musica. La parte più appassionante della stesura è stata sicuramente la condivisione di idee con gli altri ZEIT, le lotte per creare un punto di incontro ed una visione comune di quelli che sarebbero dovuti diventare l’album ed i singoli pezzi. Personalmente, non sapendo suonare una sola nota di chitarra, mi concentro molto sulle strutture dei pezzi e sui i passaggi da un riff all’altro, cercando di trovare soluzioni sempre diverse tra loro, provando a tirar fuori qualcosa di originale o che porti l’ascoltatore a domandarsi che cazzo stia succedendo. Credo sia questa la parte che mi diverte di più. Non saprei dirti se il processo compositivo sia stato naturale o meno: Ale ed io suoniamo assieme da tantissimi anni e tendiamo a capirci abbastanza facilmente; avere però Seba e Gabri come componente attiva nella stesura dei brani ha dato sicuramente una marcia in più al modus operandi che ci portiamo dietro da molto tempo, aprendo a soluzioni a cui non avremmo mai pensato.

Rispetto al mini cd di due pezzi uscito qualche tempo prima, che differenze riscontri? C'è stata una evoluzione nel vostro sound?
Non direi propriamente “evoluzione del sound”. I due pezzi di “Zoe-Bios” sono stati pensati per fare da “biglietto da visita”, essendo noi una band che esiste da nemmeno due anni; sono quindi stati composti con un’ottica diversa da quella che abbiamo adottato durante la stesura dei pezzi di “The World Is Nothing”, in cui dovevamo distribuire i vari equilibri su una durata ben più lunga. Sicuramente il sound è un po’ cambiato, ma comunque mantenendo l’impronta che avevamo ben chiara già precedentemente durante la stesura dell’ep.

Un'altra cosa che mi ha particolarmente affascinato è la copertina. Questa distesa di teste che procedono verso l'alto attaccate a muri a spirale triangolare che vanno verso il cielo è un concept misterioso. Cosa avete voluto esprimere attraverso di essa? So che è stata disegnata da SoloMacello: come siete entrati in contatto? Come vi siete trovati e credete che in futuro tornerete a collaborare con loro?
L’idea iniziale era che mi occupassi io della copertina, dato che son quello che si interessa dei vari lavoretti grafici della band: grafiche delle t-shirt, flyer, adesivi ecc. Le solite cose insomma. Mi son però reso presto conto che non sarei mai riuscito a realizzare qualcosa all’altezza di quel che volevamo. Ci siamo quindi guardati intorno cercando, tra vari artisti italiani e stranieri, qualche grafica che ci piacesse e che non fosse propriamente quel che si vede di solito nel filone dark-mathmorte-hardcore. Siamo così venuti a conoscenza dei lavori di Luca (SoloMacello) e ci siamo innamorati subito del suo stile. Ero curioso di vedere cosa avrebbe tirato fuori una mano del genere se spinta verso un concept come quello del nostro disco. Oltretutto lui è disponibilissimo e professionale, ci siamo trovati molto bene. Riguardo le collaborazioni future non so che pensino gli altri, non abbiamo ancora parlato delle prossime grafiche ma, fosse per me, ci collaborerei nuovamente. Riguardo il significato della copertina: volevamo avesse in qualche modo a che fare con la ripetizione, la distanza e la differenza; concetti/dimensioni attorno a cui ruotano gran parte delle lyricsdel disco. Direi che ci son più o meno tutte.

Il vostro lp è frutto di tutta una serie di etichette, sia italiane che estere. Come siete entrati in contatto con loro? Come vi siete trovati e se materialmente qualcuna di queste label si è occupata di stampare il vinile per poi distribuirlo tra gli altri coproduttori.
Trivel è stata la prima a proporci una collaborazione e ne siamo stati subito contenti. Abbiamo sempre avuto grande supporto e aiuto da parte di Samall e dei ragazzi. È qualcosa che è accaduto nell’orbita Venezia Hardcore con cui collaboriamo e di cui facciamo parte; le cose sono quindi venute fuori man mano e in modo molto disinvolto. Riguardo Assurd Records: non conoscevo di persona Alessio nonostante ci si vedesse spesso ai concerti. Un giorno, ad un concerto a Bologna, gli ho dato una copia masterizzata del disco domandogli se gli sarebbe andato di partecipare alla coproduzione. Si è occupato lui della stampa del vinile con una disponibilità che abbiamo davvero apprezzato e di cui sono molto riconoscente. Nicola con Dischi Bervisti ha fatto uscire molti album che ci piacciono, seguiamo il progetto Bologna Violenta da molti anni, è venuto quindi naturale provare a chiedere anche a lui se volesse collaborare in questa uscita. Lo stesso vale per Icore, Cave Canem, Martire, Indelirium. Tim di Dingleberry ci ha proposto di collaborare dopo aver sentito i pezzi di “Zoe-Bios”, 5feet Under era nella classica mega lista di etichette che si contattano quando si fa uscire qualcosa e devo dire che ci ha supportato bene. Mike è un amico ed è del giro VeHc: ci ha contatto poco dopo aver messo su I Want To Believe Tapes.

Foto: Petr Řeháček.

Il titolo "The World Is Nothing" si riferisce per caso al ricercare una dimensione spirituale che vada oltre i beni materiali che ci circondano ogni giorno? Voglio dire: comparato al raggiungimento di un livello di consapevolezza interiore superiore, il mondo effettivamente è "il niente"? Te lo chiedo perché le teste che sono disegnate in copertina hanno gli occhi rivolti verso il cielo e sembra aspirino a qualcosa di ultraterreno...
In realtà “The World Is Nothing” sarebbe forse dovuto essere “The World Is Nothing But This Repetition” (frase che compare comunque all’interno del gatefold del disco) per dare un messaggio un po’ meno criptico. A dire il vero, il mondo non può essere il “niente” dal momento che è “il mondo”. Potrebbe “diventarlo”? Non saprei ancora dirtelo. Mi piaceva però l’idea di non curarci apertamente del principio di non-contraddizione. Dopotutto lo spieghiamo nei testi “The Impossible Is Unperceivable” o, ancora meglio, con il continuo invito al silenzio e all’ammissione di aver detto solo cose inutili fino al secondo prima della fine dell’intero album. Non so se si possa chiamare nichilismo o semplicemente onestà intellettuale (hahaha).

Vedendovi dal vivo, ho notato che avete un approccio molto ragionato e senza fronzoli. Producete quello che io amo chiamare "chaos controllato", cioè tutto suonato per produrre il massimo impatto sonoro ma allo stesso tempo con precisione millimetrica e in maniera molto ordinata e progressiva... Sei d'accordo?
Beh, grazie per il “precisione millimetrica”, almeno ci proviamo. L’esecuzione è sicuramente una parte importante dello show; insomma: tra dissonanze, colpi su colpi e tempi che cambiano, se non provassimo a suonare in modo da garantire la decenza verrebbe fuori ancora più casino di quanto spesso già ci sia e sai bene che nella maggior parte delle situazioni l’acustica dei posti non aiuta. Diciamo quindi che proviamo a dare il massimo per far risultare qualcosa di buono, senza sacrificare il resto. Il porsi “senza troppi fronzoli” dipende dal fatto che il live e lo show lo concepiamo così: attacco il jack, urlo più forte che posso e batto più forte che posso con l’intenzione di non rendere nulla troppo artificioso o fuori da un paradigma musicale “puro e semplice”.

Parliamo un po’ del tuo modo di suonare la batteria. Francamente ogni volta che ti guardo rimango letteralmente ipnotizzato... Suoni preciso e potente, ma allo stesso tempo infili tutta una serie di accorgimenti che impreziosiscono di molto le canzoni... Quanto è impegnativo suonare la batteria in un gruppo come gli Zeit, il cui suono non è mai lineare, ma anzi cambia spesso e volentieri? Dal vivo ti piace suonare i pezzi come su disco, oppure ti piace cambiarli un minimo e magari sperimentare un po’ di più?
Wow, grazie Paso. Ti dirò, è sicuramente impegnativo da un punto di vista fisico, date le parti molto ricche e uno show che praticamente ha solo pezzi tirati dall’inizio alla fine, ma è altrettanto divertente; ho sempre voluto pensare a parti di batteria che fossero dei riff piuttosto che semplici basi ritmiche e con gli ZEIT, nei limiti della buona riuscita dei pezzi, è una cosa che posso mettere in pratica. Dal vivo suono le canzoni come su disco, essendo tutte composte da pattern e incastri pensati per viaggiare assieme alla chitarra e per evolvere ciclicamente sui vari accenti. Non posso quindi improvvisare troppe variazioni, complice la mia memoria di merda e il fatto che non farei capire più niente ai ragazzi.

Una domanda che non faccio molto spesso è quella che riguarda le modalità di registrazione di un album. Come vi siete trovati presso gli Hate Studio? Come vi siete preparati prima di registrare? In questa fase avete cambiato qualcosa nei pezzi, oppure quando siete entrati vi era già tutto chiaro?
Questa è la quarta volta che io e Ale registriamo agli HateStudio, ci siamo praticamente cresciuti, quindi sappiamo bene quale sia il modo di lavorare di Peo [Luca Spigato] e quali siano i suoi ritmi di lavoro. La preparazione è stata la solita che adottiamo per ogni disco: semplicemente una volta completato il pezzo, lo si suona più e più volte con click in cuffia finché non risulta pulito. I cambiamenti più grossi avvengono ovviamente in fase di composizione e, qualche volta, dopo aver sperimentato live la canzone, momento in cui ci si rende un po’ più conto di cosa funzioni e cosa invece non risulti come pensavi. Quando siamo entrati in studio era quasi tutto chiaro: abbiamo spiegato a grandi linee quale fosse il sound che volevamo per poi registrare e lasciar fare a Peo le sue magie.

Dopo l'uscita del vostro lavoro di debutto avete suonato e state suonando davvero tanto. Credi che la sede live sia più congeniale per il tipo di cose suonate? Mi spiego meglio: dal vivo, a tuo parere, i pezzi rendono di più che su disco? Quali sono i concerti che ti son piaciuti maggiormente?
È vero, abbiamo diverse date ma, fosse per noi, ne faremmo ancora di più. In realtà credo i pezzi siano godibili in entrambe le situazioni, anche se ovviamente in modo diverso. Dal vivo penso l’effetto sia più caotico e potente che su disco, per non parlare ovviamente del contatto con chi ti sta davanti. Sono motivi per cui preferisco il live anche se comporre è una cosa che mi diverte moltissimo ed uno dei motivi principali per cui suono. Sentire il pezzo che cresce man mano e condividere questa cosa con i ragazzi è impagabile. I concerti che mi sono piaciuti sono tanti, direi quasi tutti, ovviamente la data pacco capita, ma uno se ne fa una ragione. Ti direi, per citarne alcuni, il più recente a Bologna con Hierophant e Hobos con cui, nonostante siano amici da una vita, dovevamo ancora fare una trasferta; praticamente quasi tutte le serate del tour con i nostri The Mild, il Ve hc dell’anno scorso, il Mucchio Selvaggio Fest dove abbiamo conosciuto i fioi dei Tumulto ed aperto la giornata che vedeva i Wolfbrigade headliner, mica cazzi; anche i tre giorni con gli amici Slander sono stati pazzeschi. Il giudizio su un concerto dopotutto non si limita solamente alla performance live o alla quantità di persone che hai davanti: in fin dei conti, tra le cose che restano, c’è anche tutto quello che sta attorno ai 30 minuti di show.


Quali sono i progetti futuri per gli Zeit?
Domandona. Nell’immediato sicuramente suonare il più possibile e portare in giro “The World Is Nothing”. Ovviamente far uscire qualcosa di nuovo su cui stiamo già lavorando, cercando di rendere tutto ancora più stronzo, matto e un po’ più diretto. In realtà i progetti son già abbastanza abbozzati ma, dovendo forse cambiare qualcosa su quel che ci stiamo proponendo di fare, non mi sento di dirti qualcosa con precisione (hahaha!).

Finito. Grazie del tuo tempo e se ti va, aggiungi pure qualcosa.
Grazie a te di tutto Paso! Dell’intervista e del supporto che ci dai. Per chi volesse può ascoltare “The World Is Nothing” dal nostro Bandcamp e restare aggiornato sulle nostre prossime date attraverso la nostra pagina Facebook.

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